In uno dei suoi racconti di Natale, Charles Dickens narra la storia di un uomo che aveva perduta la memoria del cuore. Come liberazione dal peso del passato, gli era stata tolta l’intera successione di sentimenti e di pensieri prodotta in lui dalla esperienza della sofferenza umana. Questo aveva inaridito in lui la fonte della bontà, scomparsa venendo meno la memoria, e quell’uomo era diventato freddo ed emanava un senso di gelo intorno a sé.
In Goethe troviamo lo stesso pensiero, quando rievoca la prima celebrazione della festa di San Rocco a Bingen, dopo la lunga parentesi napoleonica. Studiando i volti delle persone che sfilano davanti alla immagine del santo egli nota che i bambini e gli adulti hanno una espressione raggiante e riflettono la gioia del giorno di festa, mentre i giovani procedono insensibili, indifferenti, annoiati.
Dunque, così come accade per quell’uomo di Dickens, la spiegazione che il poeta offre di questo atteggiamento è che i giovani di San Rocco non avevano nulla di buono da credere o da ricordare, e quindi nemmeno qualcosa da sperare.
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Le azioni umane, cioè quelle fatte sapendo bene ciò che vuol fare e volendolo deliberatamente fare, non sono mai indifferenti. O sono buone o sono cattive. E qui nasce il problema, dato che al giorno d’oggi non è sempre facile sapere se una azione è buona o cattiva. C’è infatti la filosofìa imperante del relativismo che non riconosce l’esistenza di un riferimento assoluto per distinguere la bontà e la cattiveria di una azione. La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto a un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che tutte le posizioni si equivalgono. Questo è uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo. Ognuno di noi agisce per quello che lui crede sia il suo bene. Lo crede, e talvolta ne è anche sicuro. Ma senza riferimenti assoluti come si fa ad esserlo? Nella tecnologìa è importantissima l’unificazione delle norme e delle misure. Un esempio scemo: senza standard tecnologici comuni, non saremmo sicuri se le prese di corrente dei nostri elettrodomentici sono adatte a quelle di casa, o se le macchine stesse funzionano. Perché allora nell’etica e nella cultura è così diffusa la mancanza di ‘standard’ di riferimento come così diffusi ed accetti sono la confusione delle coscienze e i malfunzionamenti provocati dal relativismo?
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Lavorare significa occupare il tempo nel fare qualcosa, traendone un vantaggio generalmente economico. Così recita l’enciclopedìa, che ne spiega anche l’origine etimologica che riporta al latino labor con il significato di fatica.
Un altro termine dialettale sinonimo di lavoro è travaglio, in francese ‘travail’ e in spagnolo ‘trabajo’; sono anche noti i detti della letteratura classica durar fatica e operar faticando; in alcuni dialetti si utilizzano i termini faticare, andare a faticare. Insomma, generalmente, come la stessa parola significa, il lavoro non è stato quasi mai visto come un dovere gioioso, bensì come una specie di fato ineluttabile e doloroso, come una maledizione, e necessario solo per procurare il sostentamento per sé e la famiglia. Di conseguenza, sempre che sia possibile farlo senza danni, una cosa da scansare o scaricare su altri reputati meno intelligenti.
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Ho cercato di immaginare la profondità dell’eternità, e davanti ai minuti, alle ore, ai giorni, alle settimane, agli anni, ai decenni che oramai mi corrono davanti con una velocità sorprendente ho fatto questa banalissima considerazione:
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Ci sarà senza dubbio qualcuno che arriverà a tacciarmi di superficiale, perché di gente che sa scrivere e trattare di simili argomenti e magari (forse) in modo più profondo e consapevole ce n’è (forse) tanta.
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Leggendo da Augusto Del Noce – Intensità d’una gran illusione (Dossetti e dossettismo) – credo di capire il perché delle affermazioni che fa il mio amico Epifanio nel suo articolo "Errore strategico del relativismo in Italia" sui cattolici dossettiani, oggi altrimenti detti "cattocomunisti". Le radici storiche dell’atteggiamento "rivoluzionario" dei dossettiani nei confronti della Chiesa cattolica vengono da lontano.
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Aspetto semplicemente di vivere una vita meno superficiale – dice un tal Leonida, mio amico di penna - meno invasa dai soliti problemi quotidiani (seppur la quotidianità è un rifugio sicuro) più intensa, più orientata alla vita, al sentirmi vivo. Il bisogno di sentirmi vivo mi spinge da tempo verso altri pensieri, altri modi di vedere le cose….
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Ogni momento importante richiede un’attesa operosa ed ogni cosa preziosa va preparata con cura. Se hai un appuntamento con una persona a cui vuoi bene forse che non ti prepari ed attendi quel momento con grande desiderio? Talvolta scopri che proprio questa èe la cosa migliore: il desiderio, l’attesa, la preparazione.
Quando desideriamo molto una cosa quasi ci identifichiamo con essa, tanto che potremmo dire: "Dimmi cosa desideri e ti dirò chi sei", dimmi cosa attendi e a cosa e come ti prepari e ti dirò il senso del tuo agire, del tuo tempo e per chi batte il tuo cuore, come in quella canzone fancese che fa: "longtemps lontemps… depuis que les poètes ont disparu…".
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